The UniPa MedJournal: gli Articoli del 22/11/2020

Vivere Medicina presenta la prima edizione del Progetto “The UniPa MedJournal“, uno spazio in cui gli Studenti possono condividere degli articoli scritti di proprio pugno!
Gli articoli di oggi 22 novembre 2020 sono elaborati degli studenti Massimiliano Militello, Giuseppe Gumina e Biagio Bucca in merito al corretto utilizzo dei giornali scientifici, a una particolare condizione embriologica e al rapporto tra l’arte e la medicina.
Buona lettura!
“Papers e forma mentis” – a cura di Massimiliano Militello
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Alzi la mano chi non ha mai provato l’ebbrezza di una ricerca su PubMed. Spinti dalla curiosità vi avventurate in una giungla di “papers” (articoli) che sviscerano ogni ambito del sapere medico. Disorientati dalla moltitudine di risultati che la vostra stringa di ricerca ha prodotto, decidete che è proprio il caso di farsi aiutare da PubMed a selezionare i più interessanti sfruttando i filtri Best Match e Most recent. Mentre lo scopo della seconda opzione è di facile intuizione, la prima necessità di qualche spiegazione in quanto il software sfrutta l’intelligenza artificiale per mostrare in cima alla lista gli articoli più rilevanti e più citati.

Il titolo accattivante accostato al nome del celebre “New England Journal of Medicine” attira la vostra attenzione. Tuttavia PubMed sta per deludervi: la pagina che vi si apre mostra soltanto l’abstract ovvero una mera sintesi del contenuto dell’articolo senza però spoilerare il risultato. Benvenuti quindi nel mondo dell’editoria scientifica in cui l’accesso al sapere ha un costo non indifferente. Per leggere l’articolo dovreste abbonarvi ad una rivista (150-200 bigliettoni/anno) o acquistare per 20$ qualche ora di accesso per la consultazione di articoli. Fortunatamente l’università acquista per noi gli abbonamenti alle più blasonate riviste. I percorsi intricati e i diversi log-in da superare vi faranno perdere qualche minuto ma alla fine otterrete l’agognato pdf. Trovate istruzioni dettagliate sul portale biblioteche di UniPa. Aggiungo, quasi per sentito dire, che il webbe offre alcune “alternative” che facilitano il recupero dei papers.

Potrebbe capitare che, su alcuni articoli, PubMed vi offra la possibilità di cliccare sul link “free full text”. Questa volta, in un attimo, vi appare davanti l’intero studio con tabelle, grafici e tanta altra roba interessante. Vi chiederete come mai questa volta è tutto gratis. 

In questo caso il giornale (ad es. “PLOS ONE”) applica una politica differente detta Open Access. Oltre alla scelta etica, la rivista adotta un modello di business grazia al quale non si finanzia con i soldi dei lettori ma con quelli dei ricercatori che vogliono pubblicare. Le tariffe di pubblicazione possono essere molto elevate e dipendono da più fattori come, ad esempio, dal tipo di articolo e dal numero di pagine.

Ma questo può davvero interessarci? La risposta è: «assolutamente sì» e il perché è presto detto. Ogni rivista ha un suo impact factor cioè un indice che misura l’impatto nel mondo scientifico dei suoi contenuti. Riviste ad altissimo impact factor sono NEJM, The Lancet, Science, Nature. Vi lascio immaginare quanto sia difficile riuscire a farsi pubblicare un articolo da queste testate sia per le numerose richieste che ricevono sia per il fatto che se la rivista è molto rinomata tenderà a riportare solo articoli scientifici di un certo rilievo. Al fine di assicurare la qualità dei contenuti gli editori usano un sistema noto come peer-review. Quando leggete un articolo, assicuratevi sempre che questo metodo di “controllo qualità” sia stato applicato. Per farla breve, la peer-review (revisione tra pari) prevede che prima della pubblicazione l’articolo sia inviato a dei referee, gli esperti del settore. I referee, scelti dalla rivista ma, in genere, senza retribuzione lavorano in anonimato per controllare ogni singolo dato, figura, ragionamento o risultato riportato dai ricercatori. In pratica lavorano per amore della scienza e quindi il processo può richiedere diverse settimane. Durante la review, gli esperti possono chiedere ulteriori chiarimenti agli autori dell’articolo o possono anche bocciare il paper. Gli articoli non ancora revisionati sono detti preprints e vengono caricati dai ricercatori su biorxiv.org. BioRxiv, una libreria che raccoglie le ultimissime novità, diventò l’unica fonte di condivisione dei papers quando, ad inizio pandemia, le scrivanie degli editori e i sistemi di peer-review vennero ingolfati dall’enorme produzione di dati e studi.

La peer-review è messa in pratica anche dai giornali Open Access, o almeno così dichiarano. Non bisogna essere Sheldon Cooper per capire subito che se i ricercatori pagano per pubblicare un articolo allora le riviste potrebbero chiudere facilmente un occhio (o anche entrambi gli occhi) su strafalcioni, errori e tesi assurde pur di guadagnare qualche soldo. Ad onor del vero bisogna dire che alcuni giornali Open Access, come PLOS ONE, godono di ottima fama in quanto a qualità dei contenuti mentre altri, i cosiddetti “giornali predatori”, pubblicano più facilmente articoli scadenti o scritti con scopi fraudolenti. Un esempio tutto italiano è l’articolo scritto da S. Montanari e A. Gatti nel 2016 sulla presenza di inquinanti nei vaccini. Lo studio in questione, usato dai no-vax come artiglieria pesante nei confronti di noi “venduti a BigPharma”, riporta errori grossolani di metodo e risultati fuorvianti ma è comunque disponibile sul Journal of Vaccines & Vaccination (impact factor bassissimo). Questa testata, malgrado il nome altisonante, mette sul proprio sito e in bella mostra le tariffe di pubblicazione. Se, spulciando PubMed, doveste imbattervi in una rivista un po’ sospetta, sinceratevi della sua reputazione cercando su Google o nella Beall’s list, un indice di testate predatorie.

Non scandalizziamoci però se talvolta anche i più nobili inciampano: nel 1998 The Lancet pubblicò un articolo molto “cringe” di A. Wakefield il quale tentava di dimostrare una correlazione tra il vaccino MPR, la colite e l’autismo. L’articolo rimbalzò sulle principali testate giornalistiche. La comunità scientifica protestò ampiamente dimostrando l’inconsistenza delle prove, l’articolo fu immediatamente rimosso ma continua a campeggiare nei migliori gruppi facebook di mamme no-vax. Il ritiro degli articoli è una cosa che avviene non di rado e retractionwatch.com ne da testimonianza. Il binomio alto impact factor e qualità dell’articolo non è sempre valido e se l’articolo non ci convince possiamo sempre cercarlo su pubpeer.com. Basterà inserire il “doi” (l’identificativo dell’articolo) sulla barra di ricerca per visualizzare eventuali commenti negativi lasciati in anonimato. PubPeer è una piattaforma di whistleblowing, cioè di segnalazione di errori, dalla quale spesso partono le prime critiche su un dato lavoro. Di tali critiche vengono informati gli autori che hanno la possibilità di rispondere sul web, di ritrattare o di ritirare l’articolo. Chiunque di noi nutra dei sospetti su un lavoro può liberamente contribuire al progresso scientifico lasciando su PubPeer il proprio contributo.

La lettura di papers, siano essi studi o reviews, risulta estremamente utile al medico quanto allo studente. Al primo perché garantisce l’aggiornamento continuo, al secondo perché consente di realizzare una forma mentis scientificamente rigorosa e metodologica sempre pronta alla critica costruttiva, sempre pronta a mettersi in discussione, sempre pronta al progresso. 

Riferimenti:

https://medcraveonline.com/processing-fee

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/30153250/

Gatti AM, Montanari S (2016) New Quality-Control Investigations on Vaccines: Micro- and Nanocontamination. Int J Vaccines Vaccin 4(1): 00072. DOI: 10.15406/ijvv.2017.04.00072

Retraction–Ileal-lymphoid-nodular hyperplasia, non-specific colitis, and pervasive developmental disorder in children. Lancet. 2010 Feb 6;375(9713):445. doi: 10.1016/S0140-6736(10)60175-4. PMID: 20137807.

“Fetus in fetu” – a cura di Giuseppe Gumina

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Ragazza vive 17 anni con il feto del gemello nel corpo. Un caso rarissimo scoperto il 18 Agosto 2019. (Questo magari da mettere nella storia per attirare l attenzione, che sembra cronaca nera ahaha)

Un’adolescente ha vissuto 17 anni senza sapere che nel suo corpo portava suo fratello gemello ancora sottoforma di feto.
I sintomi affetti dall’adolescente erano dolori all’addome, saziarsi con poco senza riduzione del peso e vomito.
Questo è uno dei pochi casi registrati nel corpo di una persona quasi adulta, dato che questa condizione viene riscontrata principalmente nei bambini.
Prende il nome di Fetus in feto, un caso molto raro di cui si registrano circa 200 casi in tutto il mondo.
Si verifica a causa di una rara anomalia nello sviluppo dei feti; uno di quest’ultimi è malformato e si sviluppa all’interno del corpo del fratello gemello.
In particolare parte delle cellule staminali di una blastocisti si localizzano tra le cellule di un embrione in formazione e procedono a una differenziazione autonoma.
L’ età dei pazienti a cui è stata diagnosticata questa condizione è estremamente variabile, tra la Sedicesima settimana di gestazione e i 47 anni di vita.
Il feto incluso è piccolo e malformato, generalmente provvisto di una colonna vertebrale, presenta arti inferiori e superiori abbozzati e, nonostante la comune assenza di encefalo e cuore, possiede un’organizzazione degli organi interni simile a quella degli individui sani.
La malformazione del gemello è da attribuirsi alla pressione dei tessuti circostanti appartenenti al gemello sano, che esercitano una compressione sulle strutture malformandole.
Il difetto di crescita del feto invece, essendo che questo rimarrà sempre come tale senza accrescersi è conseguente a carenze circolatorie.
La diagnosi può essere effettuata ecograficamente durante la gravidanza oppure successivamente alla nascita mediante RM o TC.
Può avvenire il caso di localizzazione intracranica ed è presente idrocefalo come manifestazione clinica d’esordio, rilevabile già all’ecografia; dopo la nascita il segno caratteristico è l’allargamento della circonferenza cranica.
L’ unico trattamento possibile in entrambi i casi è l’asportazione completa mediante intervento chirurgico.

“La medicina tra libri, film e serie tv” – a cura di Biagio Bucca

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Qual è la relazione tra medicina e arte?
Esistono alcune sindromi, soprattutto psichiatriche emblematiche in personaggi ed autori in libri, serie tv o film!

SINDROME DI STOCCOLMA
Essa è una delle sindromi psicologiche più conosciute, consiste in una situazione di dipendenza psicologica che si manifesta in vittime di violenza verbale, fisica o psicologica.

I soggetti affetti da questa sindrome, durante i maltrattamenti subiti, tendono a provare sentimenti positivi verso i propri aggressori, in alcuni casi arrivando al punto di ritrovarsi in una condizione di totale sottomissione o/e di innamorarsi di quest’ultimi.

Il nome di questa sindrome deriva da un caso di sequestro di persone avvenuto i nel 1973 per l’appunto a Stoccolma.
Questo avvenne durante una rapina, in cui gli ostaggi svilupparono un interesse insolito verso i loro rapinatori. Dopo il rilascio, tale interesse si spinse oltre, fino al punto che, dopo l’arresto dei rapinatori gli ex ostaggi andarono a trovarli in carcere.

Sono molte i riferimenti in ambito sia cinematografico che televisivo:
– film come “John Q” film del 2002 con Denzel Washington, dove le persone sequestrate da un padre che non può far trapiantare il cuore del figlio si schiereranno dalla parte del loro sequestratore;
– serie tv come “La Casa di Carta”, dove un personaggio passato da ostaggio a rapinatore deve il proprio soprannome alla sindrome.

I riferimenti sono molteplici e spaziano pure in altri ambiti, come il campo discografico e anche quello videoludico.

In tutto ciò c’è da dire che la sindrome non è inserita in nessun sistema internazionale di classificazione psichiatrica, non è classificata in nessun manuale di psicologia, ed è stata nominata soltanto in un ridotto numero di studi scientifici e viene ritenuta un caso particolare del fenomeno più ampio di legami traumatici.

SINDROME DI COTARD
E’ una particolare sindrome psichiatrica caratterizzata dalla convinzione illusoria di essere morti, di aver perso tutti gli organi vitali. E’ una delle malattie più rare oggi conosciute ed è detta anche “sindrome dell’uomo morto”.

Fu descritta per la prima volta nel 1880 da un medico francese (da cui ne prende il nome), In una sua lezione Cotard descrisse una sua paziente che negava l’esistenza dei propri organi e della necessità di nutrirsi.

Si suppone derivi dalla interruzione delle fibre nervose che connettono l’amigdala (centro delle emozioni) alle aree sensoriali. Il tal modo nulla riesce più ad avere rilevanza emotiva per il soggetto, al punto di credersi morto.
I pazienti affetti possono anche provare dolore per una morte di una persona cara, anche quando egli sia ancora viva.

-Ad essere affetta da questa sindrome è la scrittrice Esme Weijun Wang, che dopo essere guarita, ha raccontato la sue esperienza nell’articolo “Perdition days: on exsperience psychosis” e tratta l’argomento delle malattie mentali nel suo libro “Il confine del paradiso”.

SINDROME DI STENDHAL
È una particolare sindrome psicosomatica che provoca una sintomatologia come specifica in soggetti messi al cospetto di più opere d’arte particolarmente belle in un tempo ristretto.

Prende il nome da uno scrittore francese che ne fu colpito personalmente durante una sua visita alla basilica di santa croce a Firenze nel 1817. Fu successivamente una psichiatra italiana a descriverla, riportando una serie di casi con una sintomatologia comune che si riscontravano tra i visitatori della Basilica di Santa Croce.

Questa condizione sembra associata al funzionamento dei neuroni a specchio, che sono alla base di molti processi legati all’empatia.

-Il primo a parlare di questa sindrome, fu lo stesso Stendhal nel suo libro “Roma, Napoli e Firenze” che ne diede una prima descrizione.

-Si parla di questa sindrome nell’omonimo film “La sindrome di Stendhal” del 1996 un thriller di Dario Argento, dove una dei protagonisti sviene nella galleria degli Uffizi, fd fronte ad un opera di Bruege.

DIPENDENZA
E’ intesa come un’alterazione del comportamento che da semplice abitudine si tramuta in una ricerca compulsiva del piacere attraverso mezzi o sostanze o comportamenti che sfociano nella condizione patologica.

La dipendenza è concettualizzata come una patologia cronica del cervello. Uno dei primi scritti a parlare della dipendenza come patologia fu un lavoro di Alan Leshner uscito nel 1997 su Science. Leshner scriveva che nei soggetti vulnerabili l’uso prolungato di sostanze modifica le strutture e le funzioni del sistema nervoso centrale facendo scattare “un interruttore metaforico nel cervello” che porta alla “condizione di dipendenza, caratterizzata dalla ricerca e dall’uso compulsivo”. però tutto ciò presentava delle incongruenza, come il fatto che molto spesso gli individui superano questa condizione senza ricorrere a cure.

Ovviamente il termine dipendenza va ad includere diverse tipologie di dipendenza. in primis in base ai sintomi si suddividono due tipologie di dipendenza: dipendenza fisica, ovvero che va ad intaccare lo stato biologico dell’individuo e dipendenza psichica che invece va ad alterare lo stato psichico e comportamentale dell’individuo.
Le forme più gravi comportano dipendenza fisica e psichica con compulsività, cioè, i soggetti tendono ad assumere più volte una determinata sostanza al fine di evitare la sindrome di astinenza.

Non sempre si è dipendenti da droghe, alcol, farmaci o sostanze stupefacenti, ma si può essere dipendenti anche da oggetti di uso comune come computer ecc., o attività quotidiane, questo tipo di dipendenza viene chiamata “dipendenza psicologica”; questo tipo di dipendenza provoca effetti come: sbalzi di umore, perdita temporale, mal di testa ecc, una dipendenza abbastanza frequente è quella del gioco d’azzardo, difficile da curare.

Il concetto della dipendenza è trattato ovviamente in molti film, libri e serie tv, essendo un argomento molto importante.
Una serie tv tra tutte che tratta centralmente questo argomento è la famosa serie tv “Dr. House – Medical Division”, dove il protagonista il Dr. Gregory House un diagnostico di fama internazionale, è dipendente da un farmaco specifico, il Vicodin, l’unico che riesce ad attenuare i dolori del protagonista. in alcune puntate della serie l’argomento è preso di petto, mettendo House a nudo di fronte la sua più grande debolezza.